Ignis aurum probat

Ignis aurum probat
– Sai che cosa significa? – chiese Jocelyn, senza staccare gli occhi dal ponte che si abbassava verso di loro.
– Cosa?
– Quello che hai detto, il motto delle Sorelle di Ferro.
A quel punto il ponte era quasi orizzontale. – Significa che il fuoco tempra l’oro.
– Giusto – fece Jocelyn. – Ma non solo per quanto riguarda le armi o altri oggetti metallici. Vale anche per le avversità che mettono alla prova la forza di carattere. Nei momenti più difficili, nei momenti più bui, alcune persone brillano.
– Oh, davvero? – fece Izzy. – Be’, io sono stanca dei momenti bui e difficili. Forse non voglio brillare.
Il ponte levatoio si abbassò del tutto davanti ai loro piedi, con un boato. – Se sei anche solo un poco come tua madre – ribatté Jocelyn – non potrai fare nulla per evitarlo.

(“Shadowhunters, Città delle anime perdute” – Cassandra Clare)

Hey now, take the U-Bahn

Ho il brutto vizio di viaggiare carica di roba inutile. Trolley stra colmo e che puntualmente sfora il peso massimo consentito, borsa che si chiude a malapena, tasche della giacca gonfie che più gonfie non si può… e un solo pensiero ad accompagnarmi durante tutto il processo di packing: “e se poi mi serve e non ce l’ho?”. E quindi via, riempi e riempi.

Dieci anni fa una mia compagna di InterRail mi ha detto “non importa cosa dimentichi a casa, l’unica cosa davvero importante è lo scotch (il nastro adesivo, non il whiskey)”. Ed è vero. Ricordo che con lo scotch aggiustammo la montatura dei suoi occhiali che si era rotta in due, un buco nello zaino e il coperchio del lettore CD.

(Mi servirà l’antistaminico?)

 

WishList | Desideri probabilmente improbabili #1

– Essere un’artista di cracking art e piazzare le mie opere a sorpresa nelle piazze delle città;
– Abitare a Londra, possibilmente ad Hampstead Heath; ma avere il teletrasporto per potermi mangiare una pizza con le mie amiche quando ne ho voglia;
– Fare la fiorista e non starnutire per l’allergia;
– Visitare l’Irlanda e guardare il mare dall’alto di una scogliera. Ancora meglio: vedere l’alba sul mare dall’alto di una scogliera; o dall’alto di una montagna. Anzi…
– Vedere l’alba dall’alto (di cosa ci pensiamo poi);
– Scrivere un romanzo, uno di quelli con un sacco di ostacoli per i protagonisti, ma con un rassicurante lieto fine;
– Andare in una città dove non mi conosce nessuno e mettermi a cantare per strada; ancora meglio se potessi farlo a Camden Town;
– Ovviamente aprire un caffè letterario;
– Vedere l’aurora boreale;
– Vedere la fioritura dei ciliegi in Giappone;
– Riuscire a leggere Il Grande Gatsby (non so cosa ho con quel libro!)

(Lista in aggiornamento – Loading…)

~Martina

Ps. Mara, ti passo la palla… lascia la tazza di caffè e comincia la tua lista! 😉

 

Tìtyre, tù patulaè – sabato mattina di ordinaria follia

Bi-bip Bi-bip Bi-bip.

Studi più o meno recenti hanno dimostrato che gli elettrodomestici emettono radiazioni anche da spenti. Figuriamoci da accesi. Figuriamoci gli smartphones.

Visto che il mio smartphone non è poi tanto smart, dato che la sveglia funziona solo lasciandolo acceso, mi sono decisa a compiere il grande passo: comprare una sveglia vera. Anzi, ordinarla dal catalogo Esselunga. Sarà l’adrenalina che ti danno le cose nuove, sarà la smania di usare le cose nuove, sarà il voler far fruttare al meglio i 500 punti spesi per una cosa nuova… Ma da quando la sveglia ha trovato posto sul mio comodino non posso fare a meno che puntarla anche di sabato mattina, salvo poi maledirla appena il suo bi-bip (discreto ma letale) si fa sentire.

“Ok, trasciniamoci in cucina, riempiamoci di caffeina e vediamo di iniziare la giornata entro le 11 a.m.”, orario del tutto accettabile essendo sabato e avendo 147 milioni di cose da fare entro sera.

Prima cosa: chiamiamo la banca. Essendo una banca cheap, ho composto il numero verde e mi sono imbattuta nei classici 5 minuti di ‘dialogo’ digitale con il centralino automatico. Ho digitato 2 4 7 5 3 più o meno a caso e poi, dopo 4,37 secondi ho sentito una voce reale, umana, la voce di CARMEN. Carmen, che il sabato mattina lavora in un call center non si sa bene dove, mi è stata subito simpatica, così gentile e rassicurante. Il caso ha voluto che le si impallasse il pc proprio all’inserimento dei miei dati, perciò sono seguiti un paio di minuti di silenzio dove Carmen non ha fatto altro che insultare il sistema e scusarsi per l’inconveniente. “Si figuri, non c’è problema” le ho risposto 2 o 3 volte, soffocando l’impulso irrefrenabile di instaurare una conversazione con lei.
“Cosa fai se non arrivano chiamate? Puoi giocare a solitario? Puoi fare shopping on-line per far passare il tempo? Sono simpatici ii tuoi colleghi? Lo sai che da piccola guardavo sempre ‘Che fine ha fatto Carmen Sandiego’??!” – domande così, niente di impegnativo, solo per chiaccherare un po’. Mi sono trattenuta solo perché non fare brutta impressione ad una sconosciuta.

Dicono che chi lavora ai call center si inventa un nome ogni volta che risponde a una chiamata. Ma Carmen si chiamava davvero Carmen, lo so.

Sta di fatto che mentre le comunicavo alcuni codici personali mi sono accorta che il mio accento aveva assunto un che di strano, il mio tono era, come dire, cantilenante…

“ommioddio che cavolo sto facendo?! STO PARLANDO IN ESAMETRI???!”

Certo!!! Il sogno della scorsa notte!!! Non chiedetemi come, non chiedetemi perché, ma la scorsa notte ho sognato l’esame di latino sostenuto qualcosa come 5 anni fa… E in qualche modo il latino si deve essere impossessato di me, tanto che poi ho cercato su youtube ‘Virgilio, Bucoliche’ e ho scovato questa cosa a metà tra l’inquietante e il trash. Il cervello fa butti scherzi, ma brutti brutti…

Imbarazzata, anche se probabilmente solo io mi ero accorta del tà-tata-tà-tata-tà, ho salutato Carmen con un sentitissimo “Buon weekend”, non volendomi fermare ad un banale “Buona giornata”.

Abbattere i muri

È sempre bello ricordarsi che, anche se mi perdo, posso sempre ritrovarmi tra le pagine di un libro, magari proprio nell’ultima pagina, quando credevo fosse finito.

 ~Martina

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Il blocco dello scrittore

Già ve lo dico: non aspettatevi un grande post. È appena passata la mezzanotte, di dormire non se ne parla e ho ancora davanti agli occhi le immagini dell’ultimo Game of Thrones (io lo so che devo smetterla di vederlo da sola prima di andare a letto!).
Mi sono resa conto di essere stata un po’ pigra ultimamente, e di non avere trovato il tempo e, se devo essere sincera, neanche le idee per un nuovo post.

Comunque ora sono qui, so che avete sentito la mia mancanza, e vi aggiorno con LA novità: ho finalmente trovato lavoro (stelline e coriandoli, *inserire saltelli e festeggiamenti*)! Ora ho la fortuna di lavorare come educatrice museale, e questo implica anche il recarmi tutti i giorni tra le mura cinquecentesche di un museo della mia città e cercare di farmi venire in mente mille modi possibili per far correre, saltare, inchiostrare, pitturare orde di bambini e (possibilmente) trasmettergli un po’ d’amore per l’arte.

In realtà devo dire che il blocco non ha colpito solo la scrittura, ma anche la musica. Prendo in mano carta e penna, imbraccio la chitarra e… nulla. Vuoto.
Anche durante le prove con il gruppo, solitamente succede che quando la porta della saletta si chiude, tutti i problemi e gli stress della giornata possono restarsene fuori. Ma se insistono a seguirmi, ben venga: non esiste modo migliore di una canzone urlata per buttare fuori tutto.
O almeno questo è quello che succede nella maggior parte dei casi.

Ieri sera, durante un pezzo particolarmente difficile da interpretare (e sì che l’ho pure scritto io, il piacere di complicarsi sempre la vita!), il mio chitarrista mi ha guardata e mi ha detto: “Stacca il cervello, smettila di ragionarci, canta e basta.”

Ah, la capacità della gente (che in fondo non ti conosce neanche così bene) di andare dritta al punto.
Quando è successo che sono diventata così controllata da non riuscire a staccare il cervello neanche per cinque minuti? E, soprattutto, quante cose mi sto perdendo nel frattempo?
Ho passato mesi a negarmi quello che volevo, mesi a preoccuparmi di cosa avrebbero pensato le altre persone, mesi a trattenermi, ed ecco qui il risultato.

Sapete quanti post ho scritto e poi cancellato perché “oddio, poi chissà cosa ne pensa chi legge”? Tutti quelli che più sentivo probabilmente.
E allora scrivo, non rileggo e pubblico. Sperando che da un piccolo passo nasca una necessaria rivoluzione.

(Is this what it feels like? Finding out, that I’ve got the guts to say anything?)

~Martina