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Se dovessi trovare un tema alle ultime settimane – anzi, agli ultimi mesi – direi che la mia testa è stata concentrata su ciò che significa casa.

«Casa» per me è sempre stata più legata alle singole persone che a dei luoghi ben precisi, ma ultimamente sento la necessità di quattro mura da poter chiamare mie. Perché? Perché nel periodo probabilmente più instabile di tutta la mia vita?

Un lavoro precario, senza nessuno con cui dividere il mutuo, senza avere la certezza che questa sarà la città in cui vorrò stare per i prossimi (innumerevoli, data la durata del mutuo!) anni della mia vita.

Forse proprio per questo.

Ho bisogno di trovare un luogo che sia solo mio, da cui nessuno mi possa cacciare, un punto di riferimento che rimanga fisso mentre tutto continua a cambiare. Voglio entrare dalla porta e vedere il mio giradischi, i miei vinili e i miei libri sempre nello stesso punto.

Ultimamente mi sento sempre più spesso “di troppo”. Faccio davvero fatica a trovare persone che mi capiscano. Non sto dicendo che sia facile, semmai tutto il contrario. Mi è capitato spesso di chiedermi “cosa diavolo ci faccio qui?”. E quando ti capita nelle situazioni in cui fino a pochi anni fa sentivi di essere a casa, come poche volte in vita tua, come si fa a non farsi prendere dallo sconforto? Mi sento di continuare a vivere nel passato, di sentimenti e relazioni che voglio tenere in piedi a tutti i costi, ma forse unilateralmente.

Ma. C’è un ma.

Di certo c’è che appartengo al mondo dei libri e alla musica. Abito da qualche parte tra le nebbie di Avalon e la Idris di Shadowhunters, perennemente persa in un mondo alternativo. È un luogo solitario forse, non si trovano tante persone che riescono a trovarvi l’accesso. Ma quando le lasci entrare, sai che ne vale veramente la pena.

Ma voglio anche un luogo reale dove potermi sentire al sicuro.
E quindi costruiamoci una casa.

~Martina
(Fluctuat nec mergitur)

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