Pensieri sparsi

Sono appena tornata da Londra (appena = una settimana) e come sempre dopo un viaggio torno carica degli stessi pensieri:

  1. Avrò mai qualcuno che mi aspetta all’aeroporto con un cartello con scritto il mio nome?
  2. Capita solo a me che quando ordino un piatto (spesso a caso, conoscendo solo la metà degli ingredienti) poi mi arriva sempre qualcosa di totalmente diverso da quello che mi ero immaginata? Colore, forma, sapore… Tutto completamente diverso?
  3. Perché i soldi si volatilizzano anche se non compri niente?
  4. Perché mi bastano poche ore per sentirmi a casa anche lontano da casa?
  5. Perché i camerieri mi sembrano sempre contenti e soddisfatti mentre quando io lavoravo al bar ero più stressata di quanto lo sono adesso?
  6. Perché il gin tonic ha sempre un sapore diverso?
  7. Succede solo a me che una volta tornata a casa i vestiti odorano del luogo in cui sono stata?

Comunque la depressione post viaggio esiste e gira che ti rigira l’unico modo per farla passare è prenotare al più presto un altro volo. C’è poco da fare.

Per quanto mi riguarda temo che il prossimo sarà impegnativo. Very impegnativo.

Buonanotte e a presto (ora che ho la app sul cel non mi ferma più nessuno!)

PS: per ogni eventuale errore incolpate il correttore automatico.

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Dublino sorride anche quando piove

Ogni volta che atterro in un aeroporto penso a quanto sia emozionante avere qualcuno che non conosci ma che ti aspetta con un cartello in mano.  Ogni volta guardo i volti di chi attende, quelli di chi arriva, i nomi scritti sui cartelli, e immagino la storia che farà incontrare due perfetti sconosciuti.

A Dublino non c’era nessuno ad aspettarci. Anzi, qualcosa c’era: la pioggia. Il diluvio universale. La tempesta che ha sradicato il mio ombrello nuovo. Secchiate di acqua che sembravano urlare tutto tranne che “Welcome girls!”.
Nonostante le imprecazioni in italiano/inglese/bergamasco, devo riconoscere che proprio grazie alla pioggia abbiamo conosciuto il nostro primo amico irlandese: il tassista che ci ha portato dalla fermata del bus a casa nostra. Eravamo partite con l’intenzione di puntare al risparmio, ma con il senno di poi sono stati i 7 euro meglio investiti della vacanza (nonostante ci abbia abbandonate ad un incrocio sotto la pioggia – che di smettere proprio non ne aveva voglia – dicendoci “your flat should be around here…”). Non dimenticherò mai che si dice IN the taxi e non ON the taxi.

Il primo ricordo che ho di casa nostra è la barba di L. (il proprietario), riccia e infinita. L., vedendoci brancolare nel buio e nella pioggia all’1 di notte, per attirare la nostra attenzione si è messo a urlare dalla finestra una serie di AAAA e OOOO (ancora oggi mi chiedo come mai non abbia urlato il mio nome). La sua barba faceva da cornice al quadretto già di per sé bizzarro, e ha continuato ad essere una presenza inquietante durante tutto il soggiorno. L. e la sua barba ci hanno fatto sentire subito a casa, offrendoci caffè, the, cereali, ma soprattutto rimproverandomi perché parlavo a voce troppo alta e la sua ragazza stava dormendo.
Ci sarebbero un sacco di aneddoti che gravitano intorno alla figura di L. e che meriterebbero di essere raccontati… Ad esempio quando provava a dire qualche parola in italiano, io gli rispondevo a mia volta in italiano e Martina mi diceva “perché parli con l’accento meridionale?”, o quando non trovavo la serratura della porta del bagno (giuro, era introvabile ed eravamo appena arrivate), la porta continuava ad aprirsi (sì, anche mentre ero seduta sul wc) e L. – spazientito – mi ha urlato da camera sua le indicazioni per trovarla. O ancora, quando L. si è messo a fare casino all’alba del mattino (coinvolgendo anche la sua ragazza e un cane) e al nostro risveglio ha avuto il coraggio di chiederci se avessimo dormito bene, oppure quando mi sono distrutta un piede andando a sbattere contro la stufa in ghisa (in ghisa? Boh, era pesante e dura!) perché per uscire di casa dovevamo spegnere le luci dal corridoio e quindi fare un pezzo di salotto nella più totale oscurità (ok, in questo L. non c’entra ma l’ho citato per fare sentire in colpa Martina che si è presa gioco di me).

Dopo aver rotto il ghiaccio con l’Irlanda e gli irlandesi, abbiamo passato i giorni seguenti camminando, scattando foto, facendo shopping, orientandoci senza difficoltà alcuna (eeeeh già) e mangiando dolci buonissimi.

Dublino non ha monumenti grandiosi, palazzi splendenti o musei rinomati. Dublino ha il Trinity College (ok, questo può definirsi rinomato), il Book of Kells, la Chester Beatty Library, la cattedrale di San Patrizio, il porto che sembra vicino ma in realtà è lontano, qualche parco, la Guinness e i pub. Dublino ha i Pub, con la P maiuscola. Dublino ha la musica dal vivo, nei Pub e per le strade, musica che staresti ore ad ascoltare. E Dublino ha gli irlandesi, i fantastici irlandesi, sempre simpatici, cordiali e con un sorriso per tutti.

Sono sempre più convinta che un viaggio non è cosa visiti e quante attrazioni vedi, ma è l’atmosfera che vivi e le persone che conosci, anche se ci scambi due parole e poi non le vedi più.
Per me Dublino è stata cercare Glen Hansard e non trovarlo, è stata canticchiare Torn all’ultimo piano del Guinness Storehouse ad un ragazzo e una ragazza appena conosciuti, è stata rivedere persone dopo 4 anni e sentirsi dire “non sei cambiata per niente”. Dublino è stata ripararsi da Pennys e starci 2 ore senza sentirsi in colpa perché tanto fuori stava piovendo, è stata mangiare fagioli, bacon e uovo fritto al mattino, come veri irlandesi, in un posto sotto a un ponte suggerito da L. Dublino è stata ripararsi dalla pioggia (sì, ancora!) in un pub e starci tutta sera ipnotizzate dai due musicisti che suonavano; è stata saltare la cena, bere cinque consumazioni diverse e nonostante tutto essere un fiore il giorno dopo.

Dublino è stata viaggiare con un’amica straordinaria, un’amica che conosco da un anno e mezzo ma che mi sembra di conoscere da una vita.

~Mara

Nota: penso che questo sia uno dei miei post peggiori. L’ho scritto appena tornata e nonostante l’abbia corretto e ricorretto non mi ritengo ancora soddisfatta. Sarà che è confuso, sarà che è sconclusionato, sarà che minimizza un weekend che davvero è stato fantastico… Non lo so. Ma pazienza, Dublino forse ti confonde le idee.

Leaving

Va bene, ci siamo.

Stanza: prenotata
Nuovi amici irlandesi: trovati (quelli che ci affittano la stanza, ndr)
Check-in: fatto
Valigia: quasi fatta (“partiamo con valigia mezza vuota e compriamo un sacco di cose da Pennys”, cit.)
Cambio dei soldi: da non fare
Playlist: under construction
Mood: very excited

 

Hey now, take the U-Bahn

Ho il brutto vizio di viaggiare carica di roba inutile. Trolley stra colmo e che puntualmente sfora il peso massimo consentito, borsa che si chiude a malapena, tasche della giacca gonfie che più gonfie non si può… e un solo pensiero ad accompagnarmi durante tutto il processo di packing: “e se poi mi serve e non ce l’ho?”. E quindi via, riempi e riempi.

Dieci anni fa una mia compagna di InterRail mi ha detto “non importa cosa dimentichi a casa, l’unica cosa davvero importante è lo scotch (il nastro adesivo, non il whiskey)”. Ed è vero. Ricordo che con lo scotch aggiustammo la montatura dei suoi occhiali che si era rotta in due, un buco nello zaino e il coperchio del lettore CD.

(Mi servirà l’antistaminico?)

 

Ricorrenze, aerei e Londra

Non so perché, ma ho sempre avuto una particolare fissa per le date… Certo, ovviamente quando si trattava di studiare storia non me ne rimaneva impressa neanche mezza, ma con quelle di concerti, viaggi, o anche piccoli avvenimenti, la questione è un po’ diversa. Forse perchè mi danno l’occasione di tirare le somme, di capire come le cose sono cambiate, o come sono cambiata io.

Esattamente un anno fa prendevo un aereo che mi avrebbe condotta a vivere per quasi quattro mesi a Londra. Un’esperienza che, guardandomi indietro, avrei voluto durasse di più probabilmente, ma che in ogni caso è bastata a lasciare un segno profondo e a farmi realizzare una o due cose…

Io amo il porridge.
No, seriamente. L’avete mai assaggiato? Con lo sciroppo d’acero?
Penso di non avere mangiato altro dal momento in cui ho messo piede in inghilterra.

Certo, poi potrei avere messo a fuoco anche un altro paio di questioni…
La prima reazione che le persone hanno quando si dice che si è andati a vivere all’estero di solito è “Che invidia, chissà quanto ti sarai divertita!”. Punto.
Sì, certo mi sono divertita un mondo e penso sia stata una delle esperienze più belle che abbia mai vissuto, ma capiamoci bene: andare a vivere da soli in una capitale straniera è molto più di questo. Non è l’Erasmus.
Londra non è un parco giochi, ti accoglie ma devi anche essere pronto a farti in quattro tra National Insurance Number, conti bancari, improbabili landlord, e sopratutto con la ricerca del lavoro. Non pensate che se conoscete giusto un paio di parole in inglese chiunque sarà pronto ad offrirvi un posto, perchè come voi ci sono almeno altre mille persone che hanno fatto lo stesso ragionamento.

Una volta sistemate tutte quelle questioni che vi permetteranno di avere un tetto sopra la testa e di non lasciare tutto il vostro stipendio da Waitrose o da Tesco, Londra vi entrerà nel cuore, per non lasciarvi più. Non avrei mai pensato di potermi sentire a casa anche in una grande città, con ritmi e paesaggi così differenti da quelli che avevo lasciato. Gli immensi parchi, Kew Gardens, i cervi di Richmond Park, i pub, le Yumchaa Tea Room, Greenwich innevata, la libreria Waterstone in Piccadilly Circus, la vista da Hampstead Heath, le bancarelle di Camden Town e i talentuosi artisti di strada…
Certo, ovvio che amare Londra non sia difficile, ma vi assicuro che dopo mesi passati a lottare con la moquette dappertutto, le docce ammuffite, quello che loro chiamano cibo (no, il vostro formaggio sugli spaghetti aglio, olio e peperoncino NON DEVE ESSERCI MESSO), e settimane di cielo grigio, un po’ di nostalgia di casa viene a tutti.
E forse il punto è proprio questo, sentirsi divisi a metà, essere due persone in una.
La nuova te, che ama l’eccitante vita fatta di indipendenza, sfide quotidiane, feste con amici, lunghe passeggiate nei musei, momenti di solitudine, e la vecchia te, ancora legata a casa e a tutto ciò che si è lasciato indietro.
Come quando la tua migliore amica avrebbe bisogno di un abbraccio e l’unica cosa che puoi fare è incoraggiarla via Skype, o la tua famiglia riunita festeggia il Natale e tu devi lavorare.
E poi, come far capire a chi ti conosce quello che stai vivendo? Puoi cercare di spiegarlo, ma se non l’hai vissuto sulla tua pelle, purtroppo non tutti capiranno.
Ma in fondo quanti di noi, quando hanno scelto di vivere all’estero, l’hanno fatto proprio per questo motivo? Cambiare abitudini, pelle, pensieri… affrontare le lunghe ore di solitudine e sconfiggerla, imparare a bastarci, per poi, in fondo, ritrovarci.

Mille altre cose andrebbero dette, ma questa volta lascio che siano le mie foto a farlo per me.

Richmond Park V&A National Art Library Kew Gardens II Singer Scones & Tea Hammersmith

~Martina

* E per la rubrica Consigli musicali non richiesti, la canzone che più di ogni altra mi ha accompagnata nella mia avventura londinese.

L’Est non mi avrà (we’re back!)

Cari Lettori.

Ok ci riprovo: cari tre lettori (ciao Ale, ciao Gabriele, ciao sfortunato visitatore casuale che  stavi probabilmente cercando una ricetta su un blog di cucina e sei finito in queste lande desolate),
non preoccupatevi per noi, siamo sopravvisute al viaggio in Russia e siamo tornate sane e salve nel magico mondo della casa editrice dove ci aspettavano valanghe di mail non lette e pile di lavoro arretrato. Alle ore 9.35 del lunedì mattina eravamo già pronte alla fuga, ma noi siamo forti, coraggiose e la crisi da rientro non ci fermerà (scusate, a quando le prossime ferie in calendario?!).

Ma parliamo piuttosto delle nostre vacanze. Parliamo della RUSSIA.
Parliamo dei giorni precedenti il viaggio, in cui ho cercato in tutti i modi di smorzare l’entusiasmo di una saltellante Mara che sognava da un anno di partire alla volta dei paesaggi sovietici.
Casermoni.
Cirillico.
Otto ore di treno in terza classe.
“Mara lo faccio per te, vedrai che se ti faccio notare tutte le cose negative ora, quando saremo a San Pietroburgo e a Mosca sarai ancora più entusiasta!”.
Dovete sapere infatti che da tempo Mara sta cercando di convertirmi all’amore per i paesi dell’est, mentre io sono una fiera sostenitrice dell’Europa occidentale.
Ma gli avvenimenti russi mi hanno aiutato nella missione pro-ovest.

Giorno 1: Oh ma perchè i russi non ci sorridono mai? Magari dobbiamo essere ancora più cortesi!
Giorno 3: Mmm, magari sarà perchè proviamo a parlargli in inglese, impariamo qualche parola di russo!
Giorno 7: Ma la cassiera mi ha sgridato e non mi ha lasciato comprare le patatine..
Giorno 8: *Mara e Martina distrutte psicologicamente di fronte ad una bigliettaia* “Non ci tratti così, volevamo solo un po’ di comprensione e affetto!”

La Russia è così, devi solo adattarti e provare a conquistare il suo cuore corazzato con una faccia più seria del normale. Ce lo hanno detto anche loro: “Smile for no reason means you’re stupid in Russia“.

Ok Mara, nonostante tutto forse un po’ di ragione ce l’avevi. Forse un pochino i treni sovietici hanno fatto breccia nel mio cuore.
Ma l’est non mi avrà!

Prossimo viaggio, Irlanda?

~Martina