Saint Cecilia

Mi rendo conto che ultimamente ho passato più post a scusarmi per l’assenza, a giustificare qualche sparizione o a ricomparire dal nulla.

Comunque, here we go again.

Questo lunedì inizia con la neve (sì, siamo passati dai 20 gradi alla neve in due settimane. Hello, cambiamento climatico!), Santa Cecilia e i Foo Fighters.

Una decina di giorni fa sono andata a Torino per vedere Dave Grohl in concerto, per scoprire, una volta giunta lì, che era stato cancellato per i motivi che conosciamo bene e su cui non voglio ritornare perché troppo è stato detto e forse c’è solo bisogno di silenzio.

Ma il futile dispiacere di non vedere uno dei miei Artisti preferiti dal vivo dopo quattro anni che lo aspettavo, stamattina è stato ripagato da un nuovo ep a sorpresa.  Se avete letto qualcosa di quello che ho scritto in passato, non è difficile intuire quanto io creda nelle coincidenze e nei segni… E per qualche motivo strano in questi giorni pensavo al nome Cecilia, a quanti suoni musicale e leggero, per scoprire poi che Santa Cecilia è la protettrice dei musicisti e del bel canto.

E quindi ecco che i Foo Fighters pubblicano Saint Cecilia, accompagnati da una meravigliosa lettera aperta di Dave Grohl. Se amate i Foo Fighters, o semplicemente siete musicisti, vi consiglio vivamente di dargli una lettura.

Sarà perché “one foot in front of the other” è un mantra che mi è stato particolarmente caro nel tempo, o perché la gratitudine, l’amore e i contrasti con la musica sono qualcosa che sento lontani al momento, ma che vorrei tornassero al più presto con me… Saint Cecilia, carry me home to your house of broken bones. E poi, diciamocelo, chi altri poteva prendere una hall di un albergo e dire “ma sì registriamo qui un ep e regaliamolo”?

To remind us that music is life, and that hope and healing go hand in hand with song. That much can never be taken away.

Annunci

Play it loud!

Ci sono canzoni che non importa quante volte hai ascoltato.
Non importa quante volte le hai canticchiate tra te e te.
Non importa quante volte le hai urlate a squarciagola in macchina, con il finestrino abbassato e il vento sul viso e tra i capelli.
Ci sono canzoni che parlano di te, parlano a te, e puoi ascoltarle fino alla nausea perché non smetteranno mai di farlo.

Ci sono canzoni che so bene come collocare.
Come Hey Jude, colonna sonora di mille serate con le amiche e di una passeggiata infinita nella notte parigina, Pressure, da ascoltare scaramanticamente prima di ogni esame, Wonderwall, suonata alla prima prova con il primo gruppo, quando un sogno per me si realizzava, Come Alive che mi parla di Londra, Hysteria e il suo giro di basso per tutte le giornate no e I should have known, solo per citarne alcune…

Ma quello che invece mi è sempre sembrato ironico, è che le canzoni per me più importanti sono quelle che non ho mai saputo spiegare a parole, o dargli un senso definito. Come a dire, vi sento ed è sufficiente.

C’è Adam’s Song, ascoltata a ripetizione da quando avevo 14 anni. Forse il primo vero pezzo in cui mi sia mai rifugiata. Con il minuto 3.30… Tomorrow holds such better days.
C’è Best of You, urlata e usata mille volte nei momenti di rabbia. I swear I’ll never give in, I refuse.
C’è Times Like These, perché it’s time like these you learn to live again.
C’è Therapy. Therapy che mi spezza e che non so davvero spiegare.
E c’è Last Hope, che vorrei avere scritto io. E perché se fossi una canzone, forse ora sarei questa. So if I keep my eyes closed, with a blind hope..

~Martina

Ricorrenze, aerei e Londra

Non so perché, ma ho sempre avuto una particolare fissa per le date… Certo, ovviamente quando si trattava di studiare storia non me ne rimaneva impressa neanche mezza, ma con quelle di concerti, viaggi, o anche piccoli avvenimenti, la questione è un po’ diversa. Forse perchè mi danno l’occasione di tirare le somme, di capire come le cose sono cambiate, o come sono cambiata io.

Esattamente un anno fa prendevo un aereo che mi avrebbe condotta a vivere per quasi quattro mesi a Londra. Un’esperienza che, guardandomi indietro, avrei voluto durasse di più probabilmente, ma che in ogni caso è bastata a lasciare un segno profondo e a farmi realizzare una o due cose…

Io amo il porridge.
No, seriamente. L’avete mai assaggiato? Con lo sciroppo d’acero?
Penso di non avere mangiato altro dal momento in cui ho messo piede in inghilterra.

Certo, poi potrei avere messo a fuoco anche un altro paio di questioni…
La prima reazione che le persone hanno quando si dice che si è andati a vivere all’estero di solito è “Che invidia, chissà quanto ti sarai divertita!”. Punto.
Sì, certo mi sono divertita un mondo e penso sia stata una delle esperienze più belle che abbia mai vissuto, ma capiamoci bene: andare a vivere da soli in una capitale straniera è molto più di questo. Non è l’Erasmus.
Londra non è un parco giochi, ti accoglie ma devi anche essere pronto a farti in quattro tra National Insurance Number, conti bancari, improbabili landlord, e sopratutto con la ricerca del lavoro. Non pensate che se conoscete giusto un paio di parole in inglese chiunque sarà pronto ad offrirvi un posto, perchè come voi ci sono almeno altre mille persone che hanno fatto lo stesso ragionamento.

Una volta sistemate tutte quelle questioni che vi permetteranno di avere un tetto sopra la testa e di non lasciare tutto il vostro stipendio da Waitrose o da Tesco, Londra vi entrerà nel cuore, per non lasciarvi più. Non avrei mai pensato di potermi sentire a casa anche in una grande città, con ritmi e paesaggi così differenti da quelli che avevo lasciato. Gli immensi parchi, Kew Gardens, i cervi di Richmond Park, i pub, le Yumchaa Tea Room, Greenwich innevata, la libreria Waterstone in Piccadilly Circus, la vista da Hampstead Heath, le bancarelle di Camden Town e i talentuosi artisti di strada…
Certo, ovvio che amare Londra non sia difficile, ma vi assicuro che dopo mesi passati a lottare con la moquette dappertutto, le docce ammuffite, quello che loro chiamano cibo (no, il vostro formaggio sugli spaghetti aglio, olio e peperoncino NON DEVE ESSERCI MESSO), e settimane di cielo grigio, un po’ di nostalgia di casa viene a tutti.
E forse il punto è proprio questo, sentirsi divisi a metà, essere due persone in una.
La nuova te, che ama l’eccitante vita fatta di indipendenza, sfide quotidiane, feste con amici, lunghe passeggiate nei musei, momenti di solitudine, e la vecchia te, ancora legata a casa e a tutto ciò che si è lasciato indietro.
Come quando la tua migliore amica avrebbe bisogno di un abbraccio e l’unica cosa che puoi fare è incoraggiarla via Skype, o la tua famiglia riunita festeggia il Natale e tu devi lavorare.
E poi, come far capire a chi ti conosce quello che stai vivendo? Puoi cercare di spiegarlo, ma se non l’hai vissuto sulla tua pelle, purtroppo non tutti capiranno.
Ma in fondo quanti di noi, quando hanno scelto di vivere all’estero, l’hanno fatto proprio per questo motivo? Cambiare abitudini, pelle, pensieri… affrontare le lunghe ore di solitudine e sconfiggerla, imparare a bastarci, per poi, in fondo, ritrovarci.

Mille altre cose andrebbero dette, ma questa volta lascio che siano le mie foto a farlo per me.

Richmond Park V&A National Art Library Kew Gardens II Singer Scones & Tea Hammersmith

~Martina

* E per la rubrica Consigli musicali non richiesti, la canzone che più di ogni altra mi ha accompagnata nella mia avventura londinese.